OPPPENHEIMER: la forza atomica della narrazione attraverso il colore

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L’immagine del padre dalla bomba atomica, tra armocromia, linee e styling

Uscito il 23 agosto e oggi vincitore dei Golden Globe Oppenheimer è il film che racconta la storia del fisico Julius Robert Oppenheimer, uno degli uomini che hanno cambiato maggiormente il corso della storia dell’intera umanità.

La pellicola era stata immediatamente giudicata come un vero capolavoro tra simbolismo, stratificazioni, storia, motivi figurativi e ancora musiche, fotografia, prospettive e bianco e nero alternato al colore.

Il capolavoro di Nolan racconta la storia del fisico che inventò la bomba atomica, dei suoi tumulti interiori (voleva salvare il genere umano con la sua invenzione ma di fatto è il padre dell’arma di distruzione di massa più potente che ancora oggi esiste), della sua aggressività, della sua vision che il regista ci lascia vedere con gli occhi del protagonista. Talmente magistrale l’opera di Nolan che la tensione emotiva, quasi angoscia, filtra dallo schermo e pervade le sale.  

Come sempre, però, per parlare di un personaggio è importante che la narrazione parta dalla sua immagine intesa come linee, colori e styling.

Chi era Julius Robert Oppenheimer 

Di fatto il padre della bomba atomica, nato a New York nel 1904 e laureatosi in chimica ad Harvard, ha ottenuto grande fama per i suoi studi sulla meccanica quantistica. Nonostante una mente al limite del genio i suoi problemi di depressione, disturbi psichici e rapporti complessi con le donne hanno influenzato a tutto tondo vita, immagine e lavoro. Oppenheimer è stato uno dei fisici teorici più apprezzati del Paese, ottenendo risultati strabilianti e lavorando con le migliori menti del pianeta (Albert Einstein per citarne uno). 

Diresse il Progetto Manhattan per volere del presidente Roosevelt, nel luglio del 1945 lanciò Trinity, il primo esperimento di bomba atomica e più tardi, sotto la guida del presidente Truman, bombardò le città di Hiroshima e Nagasaki, generando in Oppenheimer continui sensi di colpa per tutte le vittime dei bombardamenti. 

Il dress code di Oppenheimer: diverso a prima vista

Diversamente dal dress code canonico, quello secondo che siamo soliti immaginare e che associamo ai fisici (il camice) è l’abito, inteso come giacca e pantalone dello stesso colore e tessuto, che la fa da padrone. Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e in quegli anni era considerato l’abito da lavoro realizzato con tessuti robusti e pesanti.  La guerra influenza in maniera preponderante una moda che assorbe dettagli e linee dalle divise militari. Giacche imponenti anche over con tasche e taschini e anche i tessuti evocano la pesantezza di quei tempi. 

 

Gli abiti nel film  Oppenheimer

Oppenheimer opera e lavora in un ambiente militare ma il suo abbigliamento è “civile”: indossa sempre una giacca  imponente, pantalone con pence a vita alta e camicia spesso azzurra con cravatta corta. Tutti quelli che lo circondano indossano la divisa militare tranne coloro che condividono con lui l’attività di laboratorio.

Fonte immagine: Pinterest

Solo in una scena del film vediamo Oppenheimer indossare la divisa militare. Richiamato all’ordine da un collega, la scena pone l’attenzione sull’importanza di vestire il proprio ruolo sottolineando anche in quel contesto quanto l’abbigliamento abbia una funzione identitaria. 

L’abbigliamento è un potente mezzo di comunicazione e non solo verso gli altri, accomunando i simili e differenziandoli dai non simili, ma anche verso sé stessi, come ampiamente dimostrato dallo studio sull’influenza dell’abito nei processi cognitivi Encloted Cognition. L’esperimento condotto dai ricercatori Adam e Galinsky alla Northwestern University dell’Illinois dimostra in modo inequivocabile quanto l’abbigliamento non influisca solo sul proprio interlocutore veicolando il personale valore valore o un ruolo ma agisca anche sui processi cognitivi, su come noi identifichiamo noi stessi. 

Quindi, per tornare nel ruolo di fisico quantistico, per riconoscere se stesso in quel ruolo, Oppenheimer torna a sceglie il simbolo, la sua divisa, il suo completo. 

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A completare la sua divisa personale, un tratto distintivo: il cappello a testa media, simbolo del suo legame con il New Mexico che richiama un po’ l’uomo d’affari un po’ il cowboy.

Ogni particolare è stato curato nei minimi dettagli dalla costumista, Ellen Mirojnick, che ha realizzato, ad esempio, una copia della cintura con fibbia con inserti turchesi con cui il vero Fisico accendeva le sue sigarette (fibbia che nella versione originale fu incisa da un indigeno). Ellen sapeva che Oppenheimer era molto attento al suo abbigliamento e alla sua comunicazione non verbale e di come, attraverso esso, risultasse ancora più carismatico.

 

I colori di Oppenheimer: monocolore e armocromia

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Fonte immagine: Wikipedia

Il colore è il grande protagonista in questo film ed ha il compito di narrare la storia, gli stati d’animo ed il conflitto morale del protagonista. 

L’azzurro della camicia veicola riflessione che insieme al freddo grigio dell’abito enfatizzano l’aspetto razionale del fisico.

I colori caldi e dirompenti li troviamo solo nella sua mente tra le esplosioni immaginate e nell’abbigliamento utilizzato dalla sua amante per evocare l’aspetto più violento e istintuale del protagonista.

In un mondo dominato dai toni del beige, cammello, marrone e blu, Oppenheimer sceglie il grigio e non è un caso. 

Il grigio è il colore della razionalità (associato alla materia grigia e quindi al cervello) che gli conferisce quell’aspetto distaccato, razionale e freddo che per la maggior parte del film lo contraddistingue (in fondo lavora ad un’arma di distruzione di massa mai realizzata prima).

Le persone che popolano la città segreta costruita per realizzare l’ordigno, nel mezzo del deserto, sembrano mimetizzarsi con l’ambiente: lui si mantiene diverso, più visibile, pur optando per un grigio di bassa intensità. 

Catalizzatore d’attenzione inoltre è l‘azzurro intenso dei suoi occhi…quasi a richiamare una purezza di un animo in grande conflitto con il suo ruolo e le conseguenze potenzialmente disastrose del suo progetto.

Ma il vero colore nel film si materializza solo nelle sue visioni riguardo atomi, neutroni, scoppi nucleari e fuochi che avvengono prima nella sua mente e poi nella realtà. 

Il resto risulta quasi sempre molto piatto, monocolore e desaturato.

L’analisi armocromatica di Oppenheimer

Interessante notare quanto l’utilizzo dell’armocromia faccia la differenza nella narrazione. Gli attori indossano colori dissonanti, che li rendono cupi, stanchi appesantiti ad enfatizzare sentimenti negativi e colori valorizzanti per enfatizzare le emozioni e le scene positive. 

Il colore viene utilizzato dal regista anche per differenziare in maniera inequivocabile le scene: in bianco e nero le scene oggettive (vengono narrati i fatti, contesto storico, conseguenze senza emozioni) e a colori quelle soggettive, filtrate attraverso le emozioni del protagonista.

Anche nelle scende in bianco e nero, in realtà, viene data una determinata intensità alle sfumature per evocare emozioni e dare enfasi, oscurità e tristezza alle scene proprio come si faceva prima dell’avvento del tecnicolor

Non sei solo nel creare un’immagine che porti significati profondi

Oppenheimer è un esempio emblematico di quanto l’immagine possa essere portatrice di significati profondi e messaggi incisivi. La gestione dell’immagine, infatti, non è un semplice atto estetico, ma un processo complesso che “realizza” l’individuo, mettendo in luce le sue qualità uniche. In questo contesto, il consulente d’immagine agisce come un vero e proprio partner strategico, lavorando a stretto contatto con il cliente per esplorare e valorizzare i suoi attributi distintivi.

Attraverso un’analisi attenta e personalizzata, il consulente aiuta a definire un’immagine coerente con la personalità e gli obiettivi del cliente. L’obiettivo non è solo quello di migliorare l’aspetto esteriore, ma anche di promuovere una maggiore consapevolezza di sé e un rafforzamento dell’autostima. Questo approccio trasforma la consulenza d’immagine in un percorso di crescita personale, influenzando positivamente non solo l’immagine percepita dagli altri, ma anche il benessere e l’equilibrio interiore dell’individuo.