Sono stata in forte sovrappeso fino ai 17 anni, poi sono dimagrita.

Sono rimasta incinta a 28 anni e ho preso 19 kg,  poi sono dimagrita.


Cos’hanno in comune questi 2 momenti della mia vita? La sensazione di non sentirmi a mio agio con il mio aspetto estetico e la volontà di risolvere il problema e dimagrire.

Entrambi i punti sono verissimi:

  • sono una persona che tiene molto al proprio aspetto
  • ho il grande pregio di non sollazzarmi nei problemi, ma trovare il prima possibile la soluzione.

Ma c’è una grande differenza nel modo in cui ho vissuto anche emotivamente i due momenti. Questa differenza risiede nella modalità con cui ho preso la decisione di dimagrire.

A 17 anni, la decisione di mettermi a dieta la devo per l’80% a tutte quelle persone che mi schernivano additandomi come “la cicciona”. Ho scelto perché ero stanca del giudizio negativo di altre persone al punto che questa referenza esterna ha condizionato la mia scelta. Ho vissuto quell’anno di dieta con grande fatica e frustrazione perché, per quanto mi impegnassi, non ero comunque mai abbastanza magra rispetto alla mie coetanee, rispetto alle modelle, rispetto a quell’ideale di bellezza irraggiungibile.

Il mio secondo momento di cambiamento fisico avvenuto dopo il parto è avvenuto con naturalezza e semplicità. Guardandomi allo specchio non ero soddisfatta del riflesso. Semplicemente non mi piacevo e senza ascoltare chi intorno a me giustificava quella trasformazione come conseguenza naturale del bimbo che avevo avuto, mi sono messa d’impegno e in due mesi sono tornata meglio di prima senza tutta quella frustrazione che aveva accompagnato la dieta dei 17 anni. Capire il perché è semplice: non volevo assomigliare a nessuno se non alla versione migliore di me, il mio parametro ero io. La mia scelta era condizionata da una altissima referenza interna che da allora non mi abbandona mai.

Quotidianamente parlo e conosco persone che sono alla ricerca spasmodica di una perfezione che molto spesso non sanno descrivere se non con dei paragoni con altre persone: magra come X, giovane come Y, con le gambe di Z.

Ho una brutta notizia: fin quando i propri obiettivi saranno legati ad altre persone  o all’opinione di una persona esterna, la frustrazione e il senso di inadeguatezza saranno dei fedeli compagni di vita.

Mi fanno sorridere molto le campagne pubblicitarie in voga in questo periodo in cui sotto immagini di donne con le loro unicità vengono veicolati  messaggio di: “bellezza imperfetta”.

Questo sarebbe un tentativo di abbattere lo stereotipo di donna taglia 38, bella, sorridente e sempre giovane inculcato fino a ieri?

Il sorriso di uso non convenzionale per pubblicizzare il make up come quello utilizzato per il  nuovo rossetto di Gucci, le modelle curvy con un ventre non piatto e le smagliature di H&M…come dovrei interpretarlo?

 

Cosa sarebbe un contentino del tipo:

“ Va bene, non sarai perfetta ma vai bene lo stesso, puoi utilizzare anche tu questo prodotto???” .

Ma per favore!

Se il concetto  che sta dietro a questo nuovo modo di fare pubblicità lo condivido appieno, il modo di farlo fa veramente pena. Associare il sostantivo BELLEZZA  all’aggettivo IMPERFETTA rimanda e presuppone l’esistenza del concetto di perfezione che, se parliamo di bellezza, NON ESISTE!!!

Se il bello “oggettivo” non esiste, come fa allora ad essere addirittura imperfetto?

Esiste un “bello” soggettivo che si fa forte delle proprie caratteristiche per il quale si è riconoscibili ed unici.

 

Ed è proprio l’accettazione della nostra unicità che ci rende luminose e piene di fascino.

Non conosco una donna che sia felice e pienamente contenta del suo corpo e del suo viso a lungo termine. Il mio compito come consulente d’immagine è quello di spostare la loro attenzione: da ciò che non piace a ciò che di fantastico si ha…perchè c’è sempre. La smagliatura e la pancina resterà comunque lì ma valorizzando ciò che abbiamo, non sarà più un problema…

Se ci osserviamo allo specchio con attenzione, spogliandoci dello sguardo autoflagellante, noteremo che il nostro corpo è ricco di particolarità che abbiamo solo noi, che se esaltate nel modo corretto ci rendono piene di fascino e possono raccontare una bellissima storia… la nostra.

Questo riusciamo a farlo solo con una buona dose di autoreferenzialità.

Piacere a se stesse e a nessun altro è l’unica strada che abbiamo per volerci veramente bene e piacerci profondamente.

Quindi, miei cari pubblicitari, mostrare ed utilizzare donne normalissime nelle campagne pubblicitarie è un grande passo avanti…ma non scivoliamo nella banalità di  presentarle come bellezze imperfette. Per cortesia.