Come due piccoli pezzi di stoffa possano raccontare il proprio tempo è ben rappresentato dalla nascita del bikini!

 

Per la nostra generazione non c’è nulla di più normale che osservare centinaia di modelli di due pezzi indossati dalle donne in spiaggia, ma il bikini non esiste da sempre e, soprattutto, non è stato un prodotto indolore della moda, al punto da aver determinato un vero segno di demarcazione tra il prima e il dopo. 

La storia dell’emancipazione femminile contiene pagine molte tristi che raccontano di poca libertà, zero considerazione e potere decisionale nullo.

Ma quando le cose hanno iniziato a cambiare per davvero, ogni aspetto della società – dalla politica all’arte, dal mondo del lavoro alla moda – ha iniziato a suo modo a raccontare questo cambiamento rivoluzionario.

Un tuffo nella storia aiuta sempre a comprendere i fenomeni. I primi ritratti di donne in bikini risalgono agli antichi romani, quando le atlete li indossavano non per la spiaggia, ma per eseguire esercizi e competizioni sportive. I mosaici dell’epoca ritraggono donne che indossavano capi assolutamente simili agli odierni bikini.

Ce ne vorranno di secoli però prima che questo outfit possa essere utilizzato in spiaggia. 

Molti secoli!

Negli anni ‘20 Coco Chanel iniziò a proporre abiti molto corti, che per la prima volta nella storia potevano rappresentare lo stile di una donna al di fuori del contesto sportivo.

Il merito per il passo più importante va riconosciuto a Jacques Heim che primo creò un costume da bagno che poco lasciava all’immaginazione. Le sue dimensioni erano così ridotte che venne definito “l’Atome”…………

Sembra inoltre che Bikini fosse un adattamento anglofono del termine “Pikinni”, un atollo delle isole Marshall, nelle isole oceaniche del Pacifico, terra di esperimenti atomici da parte degli americani. “Bikini” unisce l’accezione di esplosione – nei costumi occidentali – a quella di piccole dimensioni del costume. 

Nonostante per l’epoca fosse già un atto di coraggio senza precedenti, tuttavia l’atome lasciava coperto l’ombelico.

 

Il vero atto rivoluzionario –  e il segnale chiaro di una rivoluzione culturale che urlava il bisogno di essere comunicata –  fu compiuto negli anni ‘40 da Louis Reard, un ingegnere nel settore automobilistico, che rilevò l’azienda di lingerie della propria madre. Reard aveva già apprezzato l’iniziativa di Heim, ma osservando le donne in spiaggia a Saint Tropez aveva notato che arrotolavano il costume per avere un’abbronzatura più estesa. E poi, se il mondo era pronto per l’atome, perché non poteva esserlo per mostrare l’ombelico?

Ecco come nasce il bikini, il cui nome venne dedicato alle isole bikini, le quali, proprio nei giorni della realizzazione del due pezzi innovativo, stavano ospitando gli esperimenti per la bomba atomica. 

Qualche critico azzardò l’ipotesi che il nome fu scelto perché il bikini stesso rappresenta una bomba scandalosa per la società dell’epoca. Ma l’emancipazione femminile era divenuta inarrestabile, il potere delle donne – che ahimè di strada doveva ancora farne – si stava affermando grazie al loro ruolo fondamentale durante il periodo di reclutamento degli uomini al fronte. L’economia era nelle loro mani, era arrivato il momento di raccontare le donne anche in altri modo, di dar loro voce e autorevolezza, anche attraverso la libertà di esprimere la loro femminilità in spiaggia, una femminilità che andava ben oltre l’essere una casalinga e una madre. Un valore che andava ben oltre la famiglia e che sentiva il bisogno di vestire un corpo più libero e meno censurato, al pari con il potere intellettuale delle donne, allo stesso modo più libero e meno censurato.

 

Non mancarono scandali e polemiche, la cultura stava cambiando, ma non tutti erano pronti!

Un grande contributo arrivò dalle icone del cinema – da Lucia Bosè a Marisa Allasio, da Sofia Loren a Marilyn Monroe e Ursula Andress. Fino a Brigitte Bardot e la principessa Margaret d’Inghilterra che lo portarono fuori dagli schermi direttamente sulle spiagge!

Ne aveva fatta di strada il bikini, ma ancora ne doveva fare. Quella libertà di comunicazione della propria libertà infatti, inizialmente fu concessa solo a dive e modelle, bisogna arrivare alla rivoluzione culturale di fine anni ‘60 per vederlo davvero liberamente indossato dalle donne comuni.

Nel 1967 il Time riportò che il 67% delle donne in spiaggia indossava un bikini.

 

Il mondo era cambiato.

 

 

 

 

Il mondo sta cambiando ancora, ed è strano scrivere dell’emancipazione femminile attraverso un bikini, considerando la triste condizione delle donne afgane, che stanno già facendo i conti con il ritorno di un regime che non toglierà loro solo la libertà di non indossare gli abiti che desiderano. 

Il mio pensiero va costantemente alle nostre sorelle afgane.